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NAZA smentito

NAZA, il film del 2026 di Yuval Abraham e Rachel Szor uscito con The Guardian, si presenta come un documentario. È un’opera di persuasione. Il linguaggio, le interviste e il montaggio conducono lo spettatore, scena dopo scena, a un’unica conclusione stabilita in partenza: che Israele stia commettendo un genocidio.

Questa pagina esamina prima ciò che i sottotitoli inglesi cambiano nelle parole dei soldati; poi la risposta delle Forze di difesa israeliane (IDF) e quanto hanno rilevato giornalisti, critici e ufficiali; infine presenta la nostra analisi di oltre quaranta scene, indicando per ciascuna la tecnica di influenza impiegata secondo il lessico della Programmazione neurolinguistica (NLP). Le battute del film sono tradotte dall’ebraico.

Cosa cambiano i sottotitoli

La maggior parte degli spettatori di NAZA non parla ebraico. Conosce le parole dei soldati soltanto attraverso i sottotitoli inglesi, che in diversi punti dicono più di quanto abbia detto il soldato: aggiungono una parola, eliminano una sfumatura di incertezza e trasformano un’osservazione vaga in un’affermazione netta. Qui non serve alcuna interpretazione. Basta mettere a confronto le parole pronunciate e quelle sullo schermo: non coincidono.

  1. Pronunciato in ebraico
    «La sensazione è che sia questo ciò che bisogna fare.»
    Sottotitolo inglese
    The sense in Israeli society is that that’s what we should do.

    Il soldato parla di una sensazione, niente di più. Il sottotitolo la attribuisce all’intera società israeliana, e lo spettatore all’estero ne ricava l’idea di una nazione che vuole agire così.

    Rilevato dalla nostra redazione nel film

  2. Pronunciato in ebraico
    «Ahmed e tutta la sua famiglia.»
    Sottotitolo inglese
    Ahmed and his family will die.

    Indicando un appartamento sullo schermo, il soldato dice chi ci abita. Il sottotitolo aggiunge che moriranno.

    The Times of Israel

  3. Pronunciato in ebraico
    «C’era un’autorizzazione di, tipo, 500 per una sola persona.»
    Sottotitolo inglese
    There was approval once to kill 500 for one human target.

    Il soldato esita e non dice mai «uccidere». Il sottotitolo elimina l’esitazione e aggiunge l’uccisione: è questa la frase che il film ha inserito nel trailer.

    The Times of Israel

Chi non parla ebraico non ha modo di accorgersene. Le frasi più forti del film arrivano al pubblico estero con parole che i soldati non hanno pronunciato.

Che cosa ha detto l’IDF

L’IDF ha risposto al film più volte: prima alla sua prima a Venezia, poi riguardo all’affermazione usata nel trailer e infine con una risposta scritta di dieci pagine. Prima dell’uscita, i registi non avevano sottoposto le loro accuse all’IDF e, quando è stato richiesto, non le hanno fornito una copia del film. Le dichiarazioni sono riportate come pubblicate.

  1. L’IDF respinge fermamente le accuse formulate in questo film. Il film si basa su testimonianze anonime di persone la cui identità non può essere verificata, né è possibile accertare se abbiano prestato servizio nell’IDF, in quale ruolo o se siano state coinvolte nei fatti oggetto delle accuse.

    Unità del portavoce delle Forze di difesa israeliane X · Israel Defense Forces

  2. È completamente falso. L’IDF non ha mai pianificato, approvato o condotto un attacco a Gaza prevedendo la morte di 500 civili, né di un numero anche solo vicino a quello. Durante tutta la guerra non è stata avanzata alcuna accusa credibile secondo cui un attacco dell’IDF avrebbe causato un numero di morti anche solo vicino a quello. I registi non avrebbero potuto verificare questa affermazione, non esiste alcuna prova concreta a sostegno, eppure l’hanno pubblicata comunque.

    Unità del portavoce delle Forze di difesa israeliane, sull’affermazione relativa a 500 civili X · Israel Defense Forces

  3. Le affermazioni presentate nel materiale promozionale sono inesatte; alcune sono rappresentate in modo distorto e fuorviante, scollegate dalla realtà sul campo. Per consentire una discussione sostanziale, professionale e basata sui fatti, anziché su rappresentazioni fuorvianti, invito i registi a permettere ai rappresentanti dell’IDF di vedere il film per intero, così da poter rispondere nel merito a ciascuna delle accuse che solleva.

    Generale di brigata Effie Defrin, portavoce dell’IDF Jewish News

  4. Nei passaggi citati compaiono affermazioni sulla strategia nazionale e militare che chiaramente esulano dalle conoscenze di soldati di grado inferiore. Nell’IDF, le decisioni sulla scelta e sull’approvazione degli attacchi sono prese esclusivamente da persone, secondo le direttive dell’IDF, e non dall’intelligenza artificiale.

    Unità del portavoce delle Forze di difesa israeliane Ynet

  5. Sulla base di quanto pubblicato finora, questo non è un film che muove critiche all’IDF, né un tentativo di accertare la verità. Si basa su calunnie del sangue, deliberate distorsioni della realtà e accuse gravi e false contro i soldati e i comandanti dell’IDF.

    Tenente generale Eyal Zamir, capo di Stato maggiore dell’IDF Al-Monitor

  6. Il film «NAZA» presenta un quadro distorto, fuorviante e in malafede del processo con cui l’IDF pianifica gli obiettivi e conduce gli attacchi. La narrazione del film si basa su sostanziali errori di fatto, derivanti da una rappresentazione falsa e manipolatoria della realtà.

    Unità del portavoce delle Forze di difesa israeliane, risposta scritta IDF Spokesperson's Unit

La risposta scritta delle IDF, punto per punto

Il 1 ottobre 2026 le Forze di difesa israeliane (IDF) hanno pubblicato una risposta di dieci pagine. Secondo le IDF, il film si basa sulle testimonianze di persone anonime che descrivono perlopiù esperienze relative a una fase iniziale e circoscritta di un processo molto più articolato. Tralascia il contesto indispensabile per comprendere la guerra e accentua la distorsione con un montaggio manipolatorio e allusioni ad atrocità storiche.

La risposta parte dal titolo. NAZA è l’acronimo ebraico di nezek agavi, «danno collaterale», un termine tecnico usato da tutte le forze armate che rispettano il diritto. «Paradossalmente, il film presenta come prova di indifferenza verso la vita dei civili l’impegno eccezionale e l’attenzione ai dettagli che le IDF dedicano a stimare i danni di questo tipo negli attacchi. In realtà, valutare i danni prevedibili ai civili è un obbligo previsto dal diritto internazionale». I comandanti usano questa valutazione per stabilire se un attacco sia lecito, adottare ulteriori precauzioni, modificare il piano o annullarlo.

IDF Spokesperson's Unit

Tre problemi nel modo in cui è stato realizzato il film

  1. 01
    Testimoni che parlano di ciò che non conoscono

    Gli intervistati sono presentati come personale dell’intelligence. I loro racconti riguardano le prime fasi della raccolta di informazioni, non la pianificazione e l’approvazione degli attacchi, che spettano alle unità operative. Una stima preliminare dei civili vicini a un obiettivo non è la stima definitiva sulla quale si basa un attacco: colpire una parte dell’obiettivo, cambiare arma o momento dell’attacco ed evacuare i civili dopo un avvertimento possono modificarla notevolmente. Consulenti legali professionalmente indipendenti esaminano gli attacchi e, durante la guerra, i comandanti hanno limitato, modificato, rinviato per un nuovo esame o respinto attacchi a causa dei danni previsti ai civili.

  2. 02
    Nessuna verifica

    Al di là delle testimonianze anonime, il film non cita direttive, documenti né altri riscontri. Nessuno degli attacchi denunciati è identificato attraverso l’obiettivo, la data, il luogo o il numero delle vittime, perciò lo spettatore non può verificarlo. Contrariamente alla prassi giornalistica, gli autori del film non hanno sottoposto le loro accuse alle IDF prima della pubblicazione.

  3. 03
    Il contesto omesso

    Il film dà poco rilievo al massacro del 7 ottobre, che spiega la minaccia rappresentata da Hamas e le ragioni per cui Israele è entrato in guerra; al fatto che Hamas collocava terroristi, armi e infrastrutture all’interno e al di sotto di ospedali, strutture dell’ONU, scuole e moschee, combattendo anche in abiti civili; e alle misure adottate per proteggere i civili: attacchi annullati, un’unità per la riduzione dei danni ai civili che diffondeva avvertimenti e monitorava la loro presenza, consulenti legali indipendenti e oltre 3.9 milioni di tonnellate di cibo introdotte a Gaza dall’ottobre 2023.

Le affermazioni del film e le risposte delle IDF

  1. Il film
    Era stata autorizzata l’uccisione di 500 civili in un unico attacco.
    Le IDF
    Le IDF non hanno mai pianificato, approvato o condotto a Gaza un attacco nel quale si prevedesse la morte di 500 civili, né di un numero anche solo vicino a quello. Nessuno ha sostenuto seriamente che un attacco abbia provocato un numero di morti paragonabile. Gli autori del film hanno inserito l’affermazione nel trailer benché non avessero modo di verificarla.
  2. Il film
    Si potevano colpire terroristi di basso rango prevedendo fino a 20 vittime civili, e comandanti di alto rango fino a 200.
    Le IDF
    L’affermazione confonde una soglia di approvazione con il permesso di attaccare, e una banca dati con un elenco di obiettivi. Una soglia stabilisce soltanto chi può approvare un attacco: non indica un numero consentito di morti, e ogni comandante deve comunque valutare la proporzionalità di ciascun attacco. Richiedere un livello di approvazione superiore oltre determinate soglie è una prassi comune nelle forze armate occidentali. Non è mai esistita una soglia di 200.
  3. Il film
    Lavender è una lista di persone da uccidere.
    Le IDF
    Lavender è una banca dati che incrocia fonti di intelligence per tenere aggiornate le informazioni sui terroristi. La presenza di una persona nella banca dati non la rende un obiettivo, né tantomeno autorizza un attacco.
  4. Il film
    Il conteggio NAZA non distingue tra adulti e bambini.
    Le IDF
    È quanto richiede il diritto internazionale umanitario: un civile è un civile a prescindere dall’età, e nessuna vita civile vale meno di un’altra. Durante tutta la guerra, la presenza di civili, e in particolare di bambini, ha indotto i comandanti ad annullare, rinviare o ripianificare attacchi.
  5. Il film
    Dopo gli attacchi, le morti dei civili non venivano mai verificate.
    Le IDF
    Diverse unità delle IDF esaminano gli esiti degli attacchi, comprese le segnalazioni di danni ai civili. Gli intervistati non facevano parte di queste unità. Tali verifiche hanno portato a riesaminare centinaia di episodi, mentre l’Avvocato generale militare decide in merito all’apertura di indagini penali.
  6. Il film
    L’intelligenza artificiale ha generato decine di migliaia di obiettivi poi attaccati.
    Le IDF
    L’intelligenza artificiale non stabilisce se un oggetto o una persona sia un obiettivo, né se colpirlo. Gli analisti individuano gli obiettivi secondo procedure definite; un ufficiale dell’intelligence autorizzato li approva; un processo di pianificazione più ampio si conclude con la decisione di un comandante operativo, nel rispetto del diritto internazionale. Gli strumenti di analisi dei dati aiutano soltanto gli analisti a incrociare le informazioni già raccolte.
  7. Il film
    I soldati sparavano sui civili vicino ai punti di distribuzione degli aiuti.
    Le IDF
    Le direttive delle IDF vietano di prendere di mira i civili. Nei pressi dei punti di distribuzione, le regole d’ingaggio consentivano di aprire il fuoco soltanto contro terroristi e sospetti che rappresentassero una minaccia immediata. I punti operavano in una zona di guerra dove i terroristi si confondevano deliberatamente tra la folla. Dopo tragici episodi sono state condotte verifiche, sono stati aggiunti percorsi d’accesso, cartelli e barriere, e i casi eccezionali sono stati deferiti al meccanismo di accertamento dei fatti dello Stato maggiore.
  8. Il film
    Gli edifici venivano bombardati «secondo l’algoritmo» anche quando vi restava un quarto dei residenti, perché erano stati avvertiti.
    Le IDF
    Nessun algoritmo ha mai deciso un attacco. Un attacco parte da un obiettivo militare; in sua assenza non viene pianificato nulla, qualunque sia il numero dei civili. Un avvertimento non autorizza mai a ignorare i civili rimasti. Dove Hamas aveva trasformato gruppi di edifici in complessi destinati al combattimento, ogni edificio doveva comunque essere individuato singolarmente come obiettivo e superare una valutazione di proporzionalità.
  9. Il film
    Nelle IDF si diffuse la convinzione che a Gaza non ci fossero civili estranei ai combattimenti.
    Le IDF
    La distinzione tra combattenti e civili è contenuta in ogni direttiva delle IDF sulla selezione degli obiettivi. La percezione di un intervistato non rappresenta le IDF, i loro comandanti o i loro ordini, né gli avvertimenti, l’attenta pianificazione e gli attacchi annullati con cui quella distinzione è stata messa in pratica.
  10. Il film
    A un intervistato è stato chiesto se si trattasse di genocidio, e ha risposto di sì.
    Le IDF
    L’accusa è oltraggiosa e infondata. Chiedere a persone che non sono esperte e non hanno partecipato alle decisioni di comando un’opinione personale su un termine giuridico è manipolatorio e irrilevante. Il genocidio richiede l’intento specifico di distruggere un gruppo, e un simile intento non è mai esistito. Gli obiettivi della guerra erano smantellare Hamas e riportare a casa gli ostaggi; le IDF hanno diffuso avvertimenti, annullato attacchi e agevolato l’arrivo degli aiuti per proteggere proprio la popolazione che, secondo il film, avrebbero voluto distruggere.

«Le tragiche conseguenze della guerra non giustificano la distorsione dei fatti. Una discussione seria sui danni ai civili richiede una ricostruzione rigorosa di come siano state effettivamente prese le decisioni. È proprio ciò che il film non offre».

Cosa hanno rilevato i critici

Giornalisti, critici, ufficiali ed esperti di diritto, in Israele e all’estero, hanno esaminato il film e pubblicato le loro conclusioni. Alcune delle critiche più incisive vengono da autori contrari al governo israeliano, che hanno criticato anche la condotta dell’esercito durante la guerra. Le loro parole sono riportate come pubblicate, tradotte dove necessario, con un link a ciascun originale.

Niente che si possa verificare

Le tesi del film si fondano su voci anonime. Non vengono forniti nomi, unità, date, luoghi o dettagli sugli attacchi: nessuna delle affermazioni può quindi essere confermata o smentita.

Da giornalista, non credo che l’avrei mandato in onda. Perché non portate alcuna prova a sostegno delle cose gravissime che descrivono. Non conosciamo i loro nomi né le loro unità, quindi non possiamo sapere se abbiano davvero avuto accesso alle informazioni di cui parlano.

Raviv Drucker, giornalista investigativo di Channel 13, rivolgendosi a Yuval Abraham Jewish News

Nessuna delle affermazioni trova riscontro: l’assenza di date, nomi e dettagli specifici, al di là di ciò che ricordano gli intervistati, offre purtroppo un appiglio ai critici.

Gal Beckerman, caporedattore The Atlantic

Prima della pubblicazione, gli autori del film non hanno dato al soggetto delle accuse — in questo caso, le Forze di difesa israeliane — la possibilità di rispondere, come prevede la prassi giornalistica.

Emanuel Fabian e Nurit Yohanan, corrispondenti per gli affari militari e arabi The Times of Israel

È proprio qui che sta il problema giornalistico del film. Le sue tesi si basano esclusivamente su dichiarazioni anonime.

Richard C. Schneider, già responsabile della sede ARD di Tel Aviv Neue Zürcher Zeitung

In NAZA non c’è nemmeno una delle cinque W.

Baruch Kra, giornalista investigativo Walla! News

Un processo pubblico nella più pura tradizione antidemocratica (mussoliniana, stalinista, scegliete voi). Pubblici ministeri: volti nascosti. Presentazione del caso: un montaggio di estratti di dichiarazioni. Avvocati difensori: nessuno. Terze parti: nessuna. Giudice: la folla presente al processo. Verdetto (automatico): colpevole.

Lo storico Michele Sarfatti, citato da Pierluigi Battista Il Foglio

Parole messe in bocca ai testimoni

L’unico «sì» al genocidio pronunciato davanti alla telecamera risponde a una domanda posta dall’intervistatore.

Si noti che l’intervistato non lo dice spontaneamente: conferma questa valutazione solo dopo che Abraham gli ha messo quella parola in bocca con la sua domanda. Dal punto di vista giornalistico, è una domanda suggestiva.

Tim Caspar Boehme, responsabile della sezione cultura taz

Solo uno degli intervistati usa quel termine, e soltanto dopo essere stato sollecitato da uno degli autori, Yuval Abraham. Ma in queste conversazioni non ho sentito parlare di intenzionalità, né, a dire il vero, di ostilità o desiderio di uccidere.

Gal Beckerman, caporedattore The Atlantic

A uno dei 24 soldati e riservisti anonimi che hanno accettato di parlare davanti alla telecamera viene chiesto se pensa che Israele stia commettendo un genocidio, e lui risponde «sì». Che cosa hanno risposto gli altri 20 e più intervistati quando è stata posta loro la stessa domanda? Non importa.

Yishai Kitchels, critico cinematografico Israel Hayom

Che cosa significano davvero i numeri

Gli ufficiali che hanno lavorato nel sistema spiegano che una classificazione NAZA stabilisce chi deve approvare un attacco e quali misure occorre adottare per ridurre i danni. Non è un’autorizzazione a uccidere quel numero di persone.

NAZA 20 non era un’autorizzazione a uccidere 20 persone. Era una classificazione utilizzata per sottoporre un attacco proposto alla procedura di verifica e approvazione appropriata.

Tenente colonnello della riserva Yair Miron, intelligence militare yairmiron.com

Quando nella procedura di approvazione compare la dicitura «Naza 500 – danni collaterali stimati a 500», significa che bisogna intervenire per ridurre i danni collaterali.

Tenente colonnello della riserva Sarit Zehavi, cofondatrice dell’unità delle Forze di difesa israeliane incaricata di avvisare i civili The Times of Israel

Annotare i danni collaterali non significa che attaccheremo automaticamente. Al contrario, serve a individuare i rischi per poter trovare il modo di prevenirli o ridurli.

Tenente colonnello della riserva Sarit Zehavi, cofondatrice dell’unità delle Forze di difesa israeliane incaricata di avvisare i civili JNS

Sono stato responsabile della pianificazione e dell’esecuzione di migliaia di attacchi. Non mi sono mai imbattuto in un numero simile, nemmeno lontanamente. Posso dirlo con assoluta certezza: nessuna operazione del genere è stata approvata.

Un colonnello della riserva, pilota da caccia ed ex comandante della base aerea di Ramat David, a proposito della cifra di 500 Jüdische Allgemeine

La critica che sentivo ripetere dall’interno non era che l’Aeronautica fosse troppo propensa ad attaccare. Era che fosse troppo prudente.

Avi Lewis, riservista della direzione pianificazione e operazioni dell’Aeronautica The Times of Israel

Se si stesse davvero verificando tutta questa carneficina indiscriminata, perché non compare nei numeri forniti dalla stessa Gaza?

Kyle Smith, critico cinematografico e opinionista The Wall Street Journal

Ciò che il film omette

Il 7 ottobre, gli ostaggi, l’uso da parte di Hamas di case, ospedali e tunnel per combattere, così come gli avvertimenti ai civili e gli attacchi annullati: tutto questo è in gran parte assente.

Ciò che ha portato questa guerra a Gaza — il massacro e la presa di ostaggi compiuti da Hamas il 7 ottobre 2023 — resta in gran parte fuori dall’inquadratura.

Omer Shem Tov, tenuto in ostaggio da Hamas per 505 giorni The Wall Street Journal

Se una bomba israeliana mi avesse ucciso, Hamas avrebbe vinto due volte: io sarei morto e Israele ne sarebbe stato ritenuto responsabile.

Omer Shem Tov, tenuto in ostaggio da Hamas per 505 giorni The Wall Street Journal

Esistono prove ampie e convincenti dell’uso dei civili come scudi umani da parte di Hamas.

Raviv Drucker, giornalista investigativo Haaretz

La guerra asimmetrica di Hamas, la sua vasta rete di tunnel e l’uso di aree densamente popolate per le infrastrutture militari sono appena affrontati. Il film non dice neppure che, anche secondo il diritto internazionale umanitario, le vittime civili sono ammesse in condizioni molto specifiche.

Richard C. Schneider, già responsabile della sede ARD di Tel Aviv Neue Zürcher Zeitung

Un fatto è particolarmente difficile da conciliare con il ritratto di un esercito indifferente alla vita dei civili: Israele ha ripetutamente avvisato gli abitanti di Gaza prima di operazioni e attacchi di grande portata.

Arie Blitz Washington Examiner

Calcolano quanti danni collaterali causerebbe un attacco, come richiesto dalla legge, e adottano più precauzioni di chiunque altro nella storia per limitarli.

John Spencer, studioso di guerra urbana Breitbart

Non una verifica indipendente

The Guardian ha pubblicato le inchieste su cui si basa il film e ha prodotto il film stesso. Il regista ha dichiarato di non aver verificato tutti i casi.

Nessun nome, nessun grado, nessuna unità, nessuna data. The Guardian ha pubblicato le inchieste su cui si basa il film, lo ha prodotto e uno dei suoi giornalisti ha collaborato al montaggio.

Un sopravvissuto alla Shoah e 28 personalità pubbliche, in una lettera aperta Alliance

Quando il giornalista investigativo israeliano Raviv Drucker gli ha chiesto, durante un’intervista, se avesse tentato di trovare riscontri alle affermazioni degli israeliani anonimi, Abraham ha riconosciuto di non aver verificato tutti i casi alla base delle presunte uccisioni di massa di civili.

Adam Levick, condirettore di CAMERA UK JNS

Nel momento in cui realizzi un film su come l’esercito ha cercato di stabilire il rapporto tra terroristi e vittime civili, hai già smentito completamente la tesi del genocidio.

Yossi Klein Halevi, Shalom Hartman Institute Il Foglio

Per definizione, i danni collaterali colpiscono persone che non erano il bersaglio. Il genocidio richiede il contrario: l’intenzione specifica di distruggere un popolo. Il film non può sostenere entrambe le cose.

Avi Lewis, riservista della direzione pianificazione e operazioni dell’Aeronautica The Times of Israel

L’eco del nazismo

Critici di orientamenti diversi hanno osservato che per il titolo è stato scelto un termine ebraico anziché inglese, e hanno notato a che cosa somiglia nel suono.

A chiunque altro incontri questa parola potrebbe sembrare una contorta fusione di Gaza e «nazi», o quantomeno evocare le camere a gas. Non mi pare una coincidenza.

Gal Beckerman, caporedattore The Atlantic

La scelta linguistica di usare una sigla così vicina alla parola «nazi», invece del comune termine inglese, non è stata casuale.

Adam Levick, condirettore di CAMERA UK JNS

In breve

  1. Prima della proiezione

    Proiezioni a porte chiuse per un pubblico ristretto e selezionato, insieme a un’ampia copertura stampa di un film che nessuno poteva ancora vedere, hanno creato un vuoto informativo. Gli spettatori lo hanno riempito con le proprie paure e sono arrivati alla visione già orientati da quella copertura.

  2. Nel film

    Ogni scena ricorre a una tecnica di influenza: linguaggio ipnotico, omissione del contesto, ridefinizione dei fatti, domande tendenziose, associazioni visive e sonore, compressione della cronologia e un’analogia insinuata con l’Olocausto. La più frequente è lo stacco brusco dai soldati che descrivono i bombardamenti a Gaza ai balconi illuminati e ai salotti di Tel Aviv.

  3. L’intervistatore

    Yuval Abraham, che è anche co-regista, non pone domande neutrali. Interrompe, mette carta e penna in mano al soldato, insiste su definizioni tendenziose («Un neonato è NAZA 1?»), cambia la prospettiva sulle cifre («500 sono una piccola città in Israele») e attribuisce la colpa all’identità stessa dell’intervistato («Ne hai già preso parte»).

  4. Il richiamo all’Olocausto

    Verso la fine del film, i simboli dell’Olocausto (la sirena della commemorazione, un omaggio a Claude Lanzmann, una locomotiva, i binari, il fumo) vengono associati alla Gaza di oggi. Lo Stato ebraico, attraverso la propria memoria, viene rappresentato come autore di un olocausto.

  5. Le prove

    Le testimonianze indirette vengono presentate come fatti: il soldato che racconta di cani intenti a divorare i corpi dice di non averlo visto. Le fosse comuni sono descritte a parole, senza immagini. Donne, bambini e anziani sono quasi assenti dalle inquadrature. Corpi che cadono «uno sopra l’altro» sotto il fuoco di cecchini lontani sono incompatibili con la balistica e con il comportamento umano.

Prima della proiezione

Se ce lo nascondono, dev’essere la pura verità che il potere teme di farci vedere.

La suggestione indiretta che l’accesso limitato insinua nel pubblico

L’uscita del film ha agito sul pubblico ancora prima della prima inquadratura. Piccole proiezioni a porte chiuse e un’intensa copertura mediatica di un film che nessuno poteva ancora vedere hanno alimentato la curiosità, l’impressione di accedere a un sapere segreto e una narrazione pubblica già definita.

Un film che non si poteva vedere

NAZA veniva mostrato a un pubblico ristretto, mentre interviste, servizi televisivi e articoli parlavano di un film che il pubblico non poteva ancora vedere.

L’aura clandestina
Chi assiste alle proiezioni entra in un’élite ristretta che ha accesso al film per prima. Tutti gli altri ne sentono parlare e aspettano; l’attesa lascia un vuoto in cui proiettano il peggio che riescono a immaginare. Ogni cifra e ogni accusa si ingigantisce prima ancora che qualcuno abbia visto una sola inquadratura.
Il titolo
Il film si intitola NAZA, abbreviazione militare ebraica di nezek agavi, «danni collaterali», anziché usare il termine inglese. L’abbreviazione suona anche come un nome arabo.

L’effetto del vuoto informativo

I media parlano diffusamente di un film che non si può ancora vedere.

Il bisogno di una risposta
La mente fatica a convivere con l’incertezza. Quando tutti parlano di un film che non si può vedere, si apre un vuoto informativo.
La proiezione delle paure
Quel vuoto si riempie di ansie, non di fatti. L’immaginazione dà forma all’accusa prima che sia stata vista una sola inquadratura.

Il frutto proibito e la scarsità artificiale

L’accesso resta limitato mentre l’attesa cresce.

L’accesso negato come prova
Quando l’accesso viene negato, prende piede l’idea che ciò che si nasconde debba essere vero. Chi è in sala si sente moralmente e intellettualmente superiore agli altri; dubitare del film significherebbe perdere il proprio posto nel gruppo degli iniziati.
Il lancio esclusivo
Una distribuzione centellinata, simile al lancio di una collezione di moda in edizione limitata, alimenta la domanda. Ogni servizio sul «film che scatena polemiche e non viene proiettato» offre una visibilità gratuita che il denaro non potrebbe comprare.
La narrazione fissata in anticipo
Quando il film raggiunge finalmente un pubblico ampio, gli spettatori arrivano già predisposti a cercare ciò di cui hanno sentito parlare nei notiziari, anziché a esaminarlo.

La sequenza iniziale

Se rilascio un’intervista mostrando il volto, Israele mi metterà in prigione perché li ho smascherati.

Un soldato sul tetto, nella prima testimonianza del film

Nei primi minuti il film si presenta come un documentario, richiama l’immagine familiare dell’intelligence israeliana, sorprende lo spettatore con uno stacco nel buio e raffigura lo Stato di Israele come un persecutore.

Una cornice di autorevolezza

Il film si apre dichiarando di essere un documentario e spiegando che i volti sono sfocati per impedire l’identificazione. Poi passa a un vecchio filmato in bianco e nero sul Corpo d’intelligence israeliano.

La cornice iniziale
Prima ancora di mostrare i contenuti, il film dice allo spettatore che ciò che segue è un fatto documentato, tanto pericoloso che chi lo racconta teme per la propria vita. Questa cornice mette a tacere in anticipo lo spirito critico: un documentario viene recepito come un resoconto dei fatti, non come un testo politico costruito.

L’effetto della rivelazione clandestina

Immagini d’archivio dal tono nostalgico mostrano studenti in uniforme che imparano la grammatica araba («il verbo arabo»). Poi uno stacco brusco porta a un soldato che si confessa nell’oscurità.

Seguire un’immagine familiare
Il pubblico occidentale conosce l’immagine della sofisticata macchina dell’intelligence israeliana attraverso serie come Fauda e Tehran. Il film si accorda dapprima a quell’immagine familiare, quasi innocente, per poi condurre lo spettatore altrove.
Un nesso causale per il pubblico straniero
La parola «verbo» pronunciata dall’insegnante diventa un punto di riferimento che il montaggio collega a un sistema digitale capace di calcolare le morti. La lingua e l’istruzione di Israele vengono presentate come le fondamenta di un freddo sistema di annientamento.
La rottura dello schema
Il passaggio da un’aula luminosa all’oscurità totale trasporta in un attimo lo spettatore da una lezione di storia a un thriller cospirativo e lo prepara a recepire ciò che segue come la rivelazione di segreti.

La paura dello Stato

Sul tetto, l’intervistatore dice: «Tu vedi la città e la città non vede te». La telecamera guarda Tel Aviv dall’alto.

Lo Stato presentato come nemico
Israele viene rappresentato come un’entità che perseguita chi parla, anziché come una democrazia che protegge i propri segreti, come fa ogni Stato.
La metafora del Grande Fratello
La frase vaga e ipnotica crea distacco e un’inquietante impressione di potere. Tel Aviv diventa una città cieca e indifferente, sotto lo sguardo di chi decide della vita e della morte.

L’intervista sul tetto

Non dicono che moriranno quindici persone. Dicono NAZA 15.

Un soldato che descrive il sistema di selezione dei bersagli

L’intervistatore prende il controllo della conversazione, usa un disegno per concentrare l’attenzione e guida il soldato da un termine tecnico alla parola dal peso emotivo più forte: neonato.

Carta e matita

Il soldato comincia a descrivere in termini astratti l’interfaccia di selezione dei bersagli. L’intervistatore lo interrompe: «Disegnalo un attimo, ci aiuta», e gli porge carta e matita.

Prendere la guida
Con gesti decisi, l’intervistatore si accorda al ritmo del soldato e, nello stesso tempo, afferma la propria autorità. È lui a dirigere la conversazione.
Restringere l’attenzione
Un piccolo compito manuale concentra il soldato, e con lui lo spettatore, su un’unica immagine. Chi accetta una prima istruzione trova più facile accettare la successiva; qui l’istruzione implicita è assorbire le informazioni senza esaminarle.
Nominalizzazione e ripetizione
«NAZA 20, NAZA 20, NAZA 20 è diventato improvvisamente un parametro» funziona come un mantra. Un termine militare che negli eserciti occidentali serve a misurare e limitare i danni ai civili viene reinterpretato come uno strumento di disumanizzazione.

L’effetto del neonato

In uno scambio serrato e incalzante, l’intervistatore insiste sulla definizione dei neonati.

Intervistatore
Nel NAZA c’è una distinzione, per esempio, per i bambini e i neonati?
Soldato
No! Non c’è!
Intervistatore
Un neonato è NAZA 1?
Soldato
Sì!
Suggestione diretta
L’intervistatore introduce una delle parole più cariche di emozione in qualsiasi lingua e porta il soldato a confermare l’equazione: l’IDF conta i neonati come numeri in un programma informatico. Il passo successivo, il paragone con i nazisti che riducevano gli ebrei a numeri, è lasciato allo spettatore.
Eliminazione del contesto
Lo scambio rapido elimina gli elementi di cui lo spettatore avrebbe bisogno per valutarlo. In realtà, il sistema conta le vite dei civili per porre limiti ai comandanti, affinché l’obiettivo militare sia raggiunto evitando, dove possibile, di colpire gli innocenti.

500 per una persona, e un piccolo paese

Il soldato dice: «C’era stata un’autorizzazione, tipo, per 500 per una sola persona», intendendo l’autorizzazione a uccidere 500 civili per colpire un uomo. L’intervistatore risponde: «500 persone sono un piccolo paese nello Stato di Israele».

Semplice omissione
Quando, dove e chi era quella persona: un terrorista di primo piano come Sinwar o Mohammed Deif in un complesso sotterraneo? Quali danni sono stati evitati? Non viene detto nulla di tutto questo.
La cifra presentata in un’altra luce
L’intervistatore sposta il significato della cifra da un attacco a Gaza alla cancellazione di una comunità israeliana, per suscitare shock e immedesimazione nello spettatore israeliano.

«Come un videogioco»

Il soldato dice: «È come un videogioco… perché è tutto a distanza».

Equivalenza complessa
Due cose diverse vengono equiparate: un sistema a distanza diventa un gioco e, di conseguenza, ogni soldato sarebbe moralmente indifferente. Il film omette che la distanza è una necessità operativa in ogni esercito moderno e, di per sé, non prova nulla.

Le finestre di Tel Aviv

Be’, tu però vi hai già preso parte.

L’intervistatore, che attribuisce la colpa al soldato

Qui compare uno dei tratti distintivi del film: il taglio netto dai bombardamenti a Gaza alle finestre illuminate di Tel Aviv. Il montaggio torna più volte su questo accostamento, trasformando la vita quotidiana degli israeliani in una prova della loro indifferenza.

Gaza nella colonna sonora, Tel Aviv sullo schermo

Il soldato racconta di aver bombardato «un intero quartiere» su un’area molto vasta. Seguono il silenzio, una musica drammatica e la telecamera che scruta le case di Tel Aviv: un uomo con il telecomando, alcune persone su un divano.

Il cambio delle submodalità
La mente passa dalle immagini ampie, lontane e prive di colore di Gaza a quelle vicine, intime e colorate dei soggiorni di Tel Aviv.
L’imprinting combinato
Mentre le parole descrivono un edificio che salta in aria, l’occhio vede un palazzo illuminato a Tel Aviv. Lo spettatore israeliano avverte il pericolo nel proprio soggiorno; quello straniero apprende che gli israeliani conducono una vita tranquilla e agiata mentre cancellano interi quartieri poco lontano.

La trappola dell’identità

Il soldato cerca di prendere le distanze: «A un certo punto non ce la facevo più… Non posso prendere parte a tutto questo».

Intervistatore
Be’, ci hai preso parte.
Soldato
Cosa?
Intervistatore
Be’, tu però vi hai già preso parte.
La colpa come identità
L’intervistatore non dice «hai fatto qualcosa di sbagliato» (comportamento), ma «ormai sei questo» (identità), il livello più profondo del cambiamento. Per alleviare quel senso di colpa, il soldato continua con testimonianze sempre più estreme. Poi un altro taglio sui balconi di Tel Aviv chiude l’associazione.

La pausa pranzo in via Ibn Gabirol

Un soldato racconta che, tra un attacco e l’altro, usciva a mangiare in via Ibn Gabirol o incontrava gli amici.

Un’equazione lasciata implicita
La pausa pranzo è normale in ogni luogo di lavoro, esercito compreso. Il montaggio conduce a una conclusione che non enuncia mai: chi riesce a mangiare un hamburger e poi torna a pianificare un attacco è uno psicopatico.
Il contesto omesso
Sono soldati di leva impegnati in lunghi turni all’interno di un sistema operativo complesso. Mantenere una routine è una difesa necessaria per chiunque lavori sotto pressione.

Ostaggi, balconi ed élite

Dalla testimonianza su via Ibn Gabirol, il film passa alla scritta «Vi stiamo aspettando tutti» con il simbolo degli ostaggi, alle proteste di Tel Aviv («Riportateli a casa, ora») e poi a persone che ballano su un balcone. Il soldato parla di «élite sociali» e dice: «Te la vendono come una cosa molto prestigiosa».

Un’impressione divisa
La stessa città produce i soldati «indifferenti» che mangiano in via Ibn Gabirol e le folle che piangono per gli ostaggi. L’accostamento finisce per giustificare tacitamente la rimozione dei manifesti degli ostaggi e rafforza l’accusa di crimini di guerra.
La collisione delle associazioni
Il fragore della protesta suscita emozione; subito dopo arrivano le immagini delle persone che ballano su un balcone. Lo scontro fra due associazioni forti genera repulsione: gli israeliani piangono i propri ostaggi, eppure ballano e cenano fuori mentre il loro esercito cancella Gaza. Una società che vive all’ombra del trauma viene rappresentata come moralmente insensibile.
Il salto all’identità di classe
Mangiare al ristorante viene associato alle «élite», al «centrosinistra» e a una «condizione socioeconomica elevata». L’azione militare appare così espressione di una classe sazia e distaccata, richiamando l’antica calunnia degli ebrei come élite che controlla il mondo.
Nessuno viene nominato
«Te la vendono»: chi sono «loro»? L’omissione del soggetto crea l’immagine di un potere invisibile e manipolatore. La domanda lasciata aperta prepara lo spettatore ad accettare la risposta che il film darà alla fine.

Storia e cancellazione

Abbiamo battuto un record. Siamo riusciti a dare fuoco a una casa in otto minuti.

Un soldato, mentre la telecamera inquadra una donna che corre su un tapis roulant

Il film sovrappone il 1948 al presente, si avvale dell’autorevolezza della televisione israeliana e accosta i racconti di case incendiate a scene di tranquilla vita civile. Le domande sono costruite per ottenere le risposte di cui ha bisogno.

La compressione della cronologia

Tel Aviv che sorge dalla sabbia nel 1920, poi il 1940, quindi la scritta: «Gaza e Tel Aviv distano solo 60 km… gli abitanti di Gaza provenivano da villaggi sradicati nel 1948».

La suggestione nascosta
Il montaggio costruisce un legame tra il 1920 e oggi. Un parco moderno di Tel Aviv viene associato agli eventi del 1948, portando lo spettatore a concludere che Tel Aviv sia costruita sulle rovine di Gaza.

Trattori e droni

La telecamera si avvicina a una vecchia casa isolata di Tel Aviv, passa a immagini in bianco e nero di un trattore che demolisce degli edifici e poi a un soldato che afferma che l’IDF rade al suolo le case a Gaza.

L’ancoraggio associativo
Il trattore del passato e il drone di oggi diventano un’unica immagine. I combattimenti attuali vengono sovrapposti all’emozione evocata dal racconto del 1948.

Il linguaggio della pulizia

Il soldato usa espressioni come «radere al suolo», «procedevamo per fasce», «le ripulivamo», «a te sembra pulito?».

Una cornice asettica
Il linguaggio della pulizia crea distanza per chi parla, ma lo rende mostruoso agli occhi di chi ascolta. Un’azione contro un’infrastruttura terroristica sotterranea viene presentata come un’opera di purificazione, che lo spettatore interpreta come pulizia etnica.

La televisione israeliana come testimone

Attraverso una finestra si vede un telegiornale israeliano con la scritta «367 giorni dal 7/10». Il corrispondente dice che l’IDF sta operando per «radere al suolo», affinché gli abitanti non abbiano più un posto in cui tornare.

L’ancoraggio all’autorità
Proprio quando lo spettatore potrebbe sospettare che il soldato anonimo stia esagerando, il film introduce in pieno giorno una voce autorevole israeliana. La suggestione diventa: lo ammettono perfino i media israeliani.

Case in fiamme e un tapis roulant

Nella colonna sonora si sente che la popolazione si è spostata da nord a sud, che le case venivano incendiate con olio d’oliva e cuscini dei divani, e il vanto: «Abbiamo battuto un record, otto minuti». Sullo schermo, una donna corre su un tapis roulant dietro una finestra.

La separazione dei sensi
L’occhio vede una vita quotidiana serena e salutare, mentre l’orecchio ascolta un racconto di incendi dolosi. La mente costruisce le immagini che il film non mostra, e la corsa della donna diventa il ritratto dell’indifferenza.
La domanda orientata
L’intervistatore chiede «Come si dà fuoco a una casa?», non «Perché?» o «C’era un tunnel o un pericolo?». La domanda invita il soldato a presentare il gesto come un’abilità di cui andare fieri. Potrebbe anche voler suggerire la distruzione di prove mediante il fuoco, o un parallelo con i crematori.

Famiglie ridotte a quadrati colorati

Il soldato disegna una griglia di quartieri con le percentuali di occupazione: «25% di occupazione… verde, giallo, rosso, viola al 300%». Un edificio «verde» viene colpito entro cinque o dieci minuti.

Un algoritmo come autorizzazione
Lo spettatore assimila una premessa che non viene mai esaminata: il sistema esiste per autorizzare l’abbattimento di edifici su chi vi si trova all’interno, anziché per salvare vite. Le famiglie diventano bersagli colorati su un tabellone.

«Buona fortuna a loro»

Una serie di domande chiude una trappola morale.

Intervistatore
E loro come la vedono? Abbiamo detto alla gente di evacuare: chi è rimasto, peggio per lui?
Intervistatore
E chi non può evacuare? Le persone con disabilità, quelle che hanno paura…?
Soldato
Buona fortuna a loro!
La premessa nascosta e la trappola
La prima domanda contiene un presupposto; la seconda fa scattare una trappola emotiva. La risposta del soldato, seguita dal silenzio, diventa un simbolo di crudeltà. Gli avvertimenti, i corridoi umanitari e la logistica necessaria per evacuare una popolazione scompaiono, oppure vengono fatti apparire come una copertura per un crimine.

Corpi e numeri

Lascia perdere la parola «armati». Non c’entra. Uomini armati ne ho visti una volta sola.

Un soldato, prima che l’intervistatore gli chieda chi fossero le decine di morti

A Tel Aviv si alzano le gru, mentre a Gaza si contano i morti. In questa parte il film ridefinisce chi venga considerato un terrorista, parla di corpi lasciati ai cani e di fosse comuni, e riduce il soldato a un ingranaggio tecnico.

Tel Aviv costruisce, Gaza viene cancellata

Dai calcoli sulla distruzione, le immagini passano ai cantieri di Tel Aviv: saldatori, gru, strade trafficate. Nella colonna sonora si sente un battito cardiaco.

Contrapposizione
Gaza è polvere; Tel Aviv cresce. Allo spettatore arriva un messaggio di ingiustizia assoluta, e l’emozione crescente rende più facile insinuare il messaggio successivo.

Chi è un terrorista

Il soldato afferma: «Un terrorista morto nel settore è chiunque tu abbia deciso di uccidere… 140, nessuno di loro aveva mai impugnato un’arma».

Una definizione assoluta
Il film costruisce l’equazione «terrorista uguale chiunque venga ucciso», facendo apparire Israele come se considerasse terrorista ogni abitante di Gaza, comprese donne e bambini.
Il contesto eliminato
Mancano gli avvertimenti delle osservatrici sul campo, i terroristi visti mentre piazzavano esplosivi, i terroristi di Hamas in abiti civili che dirigevano imboscate e si confondevano tra la popolazione. Lo spettatore vede soltanto un uomo che raccoglie della stoffa e conclude che l’uccisione sia arbitraria.

Corpi e cani

Il film sostiene che i corpi non vengano raccolti e che i cani li mangino.

Soldato
I corpi, non li raccolgono… li mangiano i cani.
Intervistatore
Tu l’hai visto?
Soldato
Io non riuscivo a guardare… altri intorno a me l’hanno visto.
Una testimonianza indiretta presentata come un fatto
Il soldato ammette di non averlo mai visto («Non mi sono mai messo a guardare, in nessun momento»). Eppure le sole parole evocano una scena ripugnante che imprime all’episodio un carattere bestiale. Il messaggio: l’IDF non solo uccide gli abitanti di Gaza, ma lascia i loro corpi ai cani.

«Il mio ruolo è tecnico»

Quando gli viene chiesto se abbia pensato di dire agli altri di non guardare, il soldato risponde: «Il mio ruolo è tecnico. Non dovrei esprimere alcuna posizione di principio o di carattere morale».

La banalità del male
Il soldato si presenta come un ingranaggio anziché come una persona dotata di coscienza. Lo spettatore sente la classica difesa dei criminali di guerra, «Ho solo eseguito gli ordini», e i soldati dell’unità diventano automi, anziché persone alle prese con dilemmi difficili in una guerra esistenziale.

Salgono i piani, aumentano i corpi

La telecamera segue i numeri dei piani di una torre in costruzione a Tel Aviv (64, 65… 72), poi passa alla testimonianza sui corpi ammassati nelle fosse a Gaza.

Fusione delle immagini
L’altezza degli edifici di Tel Aviv e i corpi che a Gaza «continuano ad accumularsi» vengono accostati fino a fondersi: l’ascesa di Tel Aviv sembra dipendere dai morti.

«Centinaia, centinaia, centinaia»

«Lascia perdere la parola “armati”, non c’entra… Uomini armati ne ho visti una volta sola». L’intervistatore: «E allora chi sono tutte quelle decine di persone?». Il soldato rincara: «Centinaia, centinaia, centinaia!».

Un’affermazione universale
Una sola affermazione assoluta cancella le regole d’ingaggio, il combattimento urbano e le migliaia di terroristi armati nelle strade. L’apertura insinua l’idea di uno sterminio indiscriminato, senza distinzione tra terroristi e civili.

Fosse comuni senza immagini

Guardando le riprese del drone, il soldato descrive «fosse comuni… fosse allagate dalla pioggia… non è una tomba, è una fossa piena di corpi… tutta Gaza, corpi».

Il disgusto che imprime un’immagine
Il film non presenta alcuna documentazione, né propria né proveniente da fonti di Gaza: soltanto le parole di una persona presentata come un soldato. Il disgusto soffoca le domande che uno spettatore dovrebbe porsi, per esempio se si trattasse di una sepoltura temporanea effettuata da Hamas o di un’interpretazione errata delle riprese del drone. «Perché ucciderli?» «Non lo so» completa il quadro di una malvagità senza scopo.

Il ponte e le file per gli aiuti

Proprio uno sopra l’altro?

L’intervistatore, che ripete le parole del soldato davanti al disegno di un ponte e di figure che cadono

La Kirya torna più volte come riferimento visivo. Le parole del primo ministro accompagnano immagini di balconi di abitazioni civili, mentre il disegno di un ponte e di figure che cadono diventa un tiro al bersaglio. Qui il racconto raggiunge il suo punto di rottura sul piano fisico.

La Kirya

La telecamera torna ripetutamente sulla Kirya, il quartier generale dell’IDF, di notte, in un quartiere civile e trafficato di Tel Aviv.

Cambiare il significato con la ripetizione
Ripetere la stessa immagine in contesti diversi ne cambia il significato. Il legittimo quartier generale della difesa di uno Stato sovrano diventa una base militare nascosta tra i civili, e lo spettatore è portato a concludere che non vi sia alcuna differenza morale tra Israele e Hamas: un completo rovesciamento del significato di «scudo umano».

Il discorso e il notiziario

Alle parole di Benjamin Netanyahu sul blocco dell’ingresso delle merci si affianca un servizio della conduttrice Yonit Levi sull’«incoraggiamento dell’emigrazione volontaria», mentre scorrono le immagini dei balconi illuminati di Tel Aviv. Un uomo cammina avanti e indietro nel soggiorno; una serranda si chiude mentre il soldato parla di «ripulire la Striscia».

La finalità omessa
Viene omesso il contesto di sicurezza: impedire che le forniture arrivino a Hamas. Gli abitanti, tranquilli e silenziosi mentre ascoltano quelle parole, vengono rappresentati come complici della fame e del trasferimento forzato, e il loro silenzio come un assenso.

Corpi uno sopra l’altro

Il soldato e l’intervistatore disegnano sul taccuino un ponte e figure che cadono, accompagnando il disegno con movimenti delle mani corrispondenti. A 26:24 il soldato dice che i corpi «si ammucchiano uno sopra l’altro». L’intervistatore ripete: «Proprio uno sopra l’altro?». Il soldato annuisce.

Il punto di rottura sul piano fisico
Se si spara da lontano a persone che corrono veloci, i corpi non possono cadere formando un mucchio ordinato: il modo in cui una persona cade dipende dal peso, dalla velocità e dall’angolazione, e le persone non corrono alla cieca tutte verso lo stesso punto in cui morire. Un soldato che resta nelle retrovie a guardare gli schermi proietta sulla realtà un’immagine da film o da videogioco. È un’esagerazione retorica pensata per scioccare, non una testimonianza fattuale.
Un’immagine impressa a lungo
La telecamera indugia a lungo sul disegno, così l’immagine di un tiro al bersaglio è già fissata nella memoria quando arrivano le cifre implausibili.

La Shoah come chiave di lettura

Ci sono quelli che sventano gli attentati terroristici e quelli che mandano all’aria la pace.

Un soldato descrive il suo reparto di intelligence

Nella parte finale, il film paragona la società israeliana alla Germania nazista, porta il soldato a pronunciare la parola «genocidio» e accosta i simboli della Shoah alla Gaza di oggi. Si chiude rivolgendo contro Israele la definizione di terrorismo data dallo stesso Netanyahu.

Polonia e Germania

Il soldato paragona il presente alla gita scolastica che fece in Polonia e alla Germania nazista: «Vedo qualcosa di terribile in quei nazisti, quindi che cosa dovrei dire di me stesso?»

Un salto verso l’identità storica
La popolazione tedesca che viveva sotto il nazismo viene equiparata a una persona che bombarda e poi torna a casa a preoccuparsi della laurea in psicologia. Scompare il contesto reale: una guerra difensiva contro un’organizzazione terroristica responsabile di un massacro.

«Strangolarli»

L’intervistatore chiede: «In che modo questo li aiuta a sopravvivere?» e «Ma sono il nemico, queste persone sono il nemico?». Il soldato ripete «strangolarli, strangolarli, strangolarli» e conclude: «Alla fine hai la sensazione che sia questo ciò che bisogna fare».

La trappola delle premesse implicite
Le domande contengono premesse nascoste che impediscono al soldato di prendere le distanze dal paragone e non lasciano spazio a una spiegazione tattica o di intelligence. Allo spettatore restano impresse soltanto le parole più cariche.
L’effetto complessivo
Dalla sala operativa a un’identità storica mostruosa, sullo sfondo di balconi tranquilli, il film imprime una sola conclusione: la società israeliana ha perso la propria umanità. Di fatto, questo giustifica l’odio verso gli ebrei in Israele e nel mondo.

«Insieme vinceremo»

Un’insegna luminosa su un edificio di Tel Aviv entra lentamente a fuoco accanto alla bandiera israeliana.

La rivelazione visiva
Lo sforzo di leggere un’immagine sfocata cattura l’attenzione. Quando l’immagine si chiarisce, le parole di solidarietà vengono percepite come prova di una colpa collettiva, alla luce di ciò che il soldato dice subito dopo.

Luce e oscurità

Per tutto il film l’intervistatore è illuminato e il suo volto è ben visibile; il soldato resta sempre al buio.

Asimmetria visiva
La persona illuminata appare come chi indaga e porta alla luce la verità; quella nell’ombra come un uomo che confessa un crimine. Le Forze di difesa israeliane restano nell’oscurità.

La parola genocidio

Lo scambio centrale.

Intervistatore
Non pensi che sia un genocidio?
Soldato
Sì! Davvero.
Soldato
Si spara deliberatamente, è deliberato! È deliberato!… Volevate uccidere quei bambini.
Un’escalation estrema
L’esistenza di danni collaterali viene equiparata all’uccisione deliberata di bambini. La legittima difesa, il terrorismo armato e gli sforzi di evacuazione vengono cancellati, mentre il termine giuridico più estremo viene immesso direttamente nella sfera emotiva dello spettatore.

«È divertente»

Interrogato su un momento di svolta, il soldato dice: «È una furia ormonale e te la godi… sensazioni di piacere pazzesche… è divertente!»

Un attacco all’identità
Un comportamento sotto pressione viene trasformato in un’identità definita dal piacere per la sofferenza. Accostare «divertente» alla descrizione delle uccisioni elimina ogni possibilità di provare empatia per i soldati.

La sirena e il treno

La sirena della commemorazione a Tel Aviv e le persone ferme in strada; poi la Cineteca di Tel Aviv con la scritta «Omaggio a Claude Lanzmann», regista di Shoah; una locomotiva, binari ferroviari e il fumo di un camino; Netanyahu che rievoca la Shoah; Yonit Levi che legge le accuse internazionali di aver causato la fame e commesso crimini contro l’umanità.

La sovrapposizione delle epoche
È la transizione più elaborata del film. Ogni suono e ogni immagine legati alla memoria della Shoah vengono associati alla Gaza di oggi e ai mandati d’arresto internazionali. Lo Stato ebraico viene accusato di perpetrare un olocausto attraverso i suoi stessi simboli della Shoah.

«Il reparto di Bibi»

Il soldato descrive un reparto che segue le figure attive sulla scena internazionale, ostacola i ricorsi all’Aia usando «materiale compromettente» e raccoglie informazioni per il primo ministro: «L’obiettivo di Bibi, quello che viene prima di tutto, è impedire la nascita di uno Stato palestinese».

Generalizzazione eccessiva
La difesa legale e diplomatica di Israele viene cancellata e il suo apparato di intelligence viene presentato come uno strumento politico personale creato per sabotare la pace. Non si dice che Gaza ha scelto Hamas, responsabile di un massacro, né che la parte araba ha rifiutato la pace in ogni occasione dalla fondazione di Israele.

La definizione di terrorismo

Una vecchia intervista in cui un giovane Netanyahu dà la definizione di terrorismo contenuta nel suo libro: «l’aggressione deliberata e sistematica, l’uccisione, la mutilazione e l’intimidazione di innocenti… per fini politici». Poi un uomo che stende il bucato, una serranda che si abbassa e una testimonianza sugli attacchi a case con bambini all’interno, un venerdì sera.

Un’equazione rovesciata
La definizione viene presentata in modo che la testimonianza successiva sembri adattarsi perfettamente a Israele. Le parole dello stesso leader diventano una trappola contro di lui e contro lo Stato.

Il finale

L’uccisione di civili palestinesi a Gaza da parte di Israele continua.

La scritta finale del film

Il film si chiude sul contrasto più netto che ha preparato: dalle notti tranquille di Tel Aviv a un padre che cerca il figlio tra le macerie di Gaza.

Le voci al telefono

Mentre disegna sul taccuino (il software «Homeland»), il soldato ricorda le chiamate intercettate dei familiari tra le macerie: «Sentivo le loro voci… piangevano… urlavano… mia madre è morta e i bambini…»

L’impronta sonora
Urla e pianti agiscono direttamente sulle emozioni di chi ascolta, scavalcando il pensiero critico. Il disegno ripetitivo («una chiamata, una chiamata, una chiamata») insinua il senso di colpa nell’inconscio. E anche questa volta si tratta di un racconto di seconda mano.

Tel Aviv vive, Gaza muore

Immagini della distruzione a Gaza nell’ottobre e novembre 2023. Un uomo inginocchiato grida il nome del figlio Said sotto le macerie, colpisce con un martello e piange. Le gambe di bambini sotto le macerie. Un cielo pallido, aerei che passano e la scritta finale.

Il contrasto finale
Dopo un’ora di notti tranquille a Tel Aviv (un divano sistemato, una donna che corre, una coppia che si massaggia le ginocchia), il film mostra la scena opposta. La scritta colloca il messaggio nel presente e porta lo spettatore a vedere l’intera società israeliana come complice di un crimine tuttora in corso.

Ciò che il film non mostra

Alla forza emotiva del film si contrappongono evidenti lacune nelle prove.

  1. Per sentito dire, non per osservazione diretta

    Il soldato che parla delle uccisioni tramite il software «Homeland» e durante la distribuzione di cibo lo ammette: «Non lo so esattamente… Sentivo le loro voci… Non ero lì a guardare le telecamere… Non mi sono mai seduto a guardare, in nessuna fase».

  2. Verità mescolata all’esagerazione

    Informazioni reali — gli attacchi e la distruzione di strutture di Hamas, in cui i civili subiscono gravi danni — si mescolano a metafore cinematografiche ed etichette politico-giuridiche («ostacolare la pace», «genocidio», «mucchi di corpi»). L’ondata di immagini e parole scioccanti porta lo spettatore ad accettare le didascalie finali come un verdetto, senza notare le lacune nei racconti.

  3. Chi compare sullo schermo

    Donne, bambini e anziani non si vedono quasi mai. Le strade distrutte di Gaza mostrano soprattutto uomini e adolescenti.

  4. Un’unica scena con dei corpi

    Nonostante tutte le sue affermazioni, il film contiene una sola scena di corpi sotto le macerie: una fila di una decina di gambe sotto un muro crollato. Durante tutta la guerra, immagini provenienti da Gaza sono state trasmesse e pubblicate ovunque, comprese immagini contraffatte per suscitare sgomento. Il film non offre nulla di paragonabile.

  5. Corpi che non possono ammucchiarsi

    La descrizione di persone colpite a distanza che cadono «una sopra l’altra» contraddice le leggi della balistica e del comportamento umano. È il punto in cui il racconto non regge più.

Conclusione

NAZA è uno strumento di persuasione progettato a tavolino, non un documento neutrale. La sua uscita, le proiezioni a porte chiuse e l'ampia copertura mediatica, senza che il pubblico potesse vederlo, hanno creato un vuoto che gli spettatori hanno riempito di paura e della sensazione di accedere a conoscenze proibite.

Nel film, più di quaranta scene impiegano ciascuna una tecnica di persuasione: linguaggio ipnotico, contesto omesso, reinterpretazioni, balconi illuminati di Tel Aviv accostati ai racconti dei bombardamenti a Gaza, una cronologia appiattita e un'analogia indotta con la Shoah. Tutte conducono alla stessa conclusione: Israele sta commettendo un genocidio.

Accanto a queste tecniche restano le lacune: testimonianze indirette presentate come fatti, assenza di prove visive, donne e bambini fuori dall'inquadratura e un ammasso di corpi fisicamente impossibile, nel punto in cui il racconto si incrina.

Fonti

Tutti gli articoli, le dichiarazioni e i post su cui si basa questa pagina, dal più vecchio al più recente. I titoli sono riportati nella lingua originale.

  1. Deadline · Zac Ntim Former Israeli Prime Minister Takes Aim At Yuval Abraham And Rachel Szor's 'NAZA'
  2. X · Israel Defense Forces IDF first response to NAZA after Venice premiere
  3. Quotidiano.net · Manuela Santacatterina Cos'è Naza, il film che svela l’orrore a Gaza
  4. Israel News Pulse · Jonathan Mimouni NAZA Fact Check: The Claims the Documentary Cannot Prove
  5. X · Andrew Fox Reply to jury president's Zone of Interest comparison
  6. X · Avigdor Liberman X post on NAZA directors
  7. X · Israel Defense Forces IDF: 500-civilian approval claim 'completely false'
  8. Al-Monitor · Reuters / Maayan Lubell Netanyahu says Gaza documentary 'NAZA' is 'shocking incitement'
  9. Elder of Ziyon · Elder of Ziyon (pseudonymous blogger) What We Know About the NAZA Movie Already Discredits It
  10. Haaretz · Raviv Drucker צפיתי בסרט נז"א. זה היה קשה מאוד, הזדעזעתי, אבל
  11. Il Foglio · Pierluigi Battista How ‘Fauda’ responds to ‘Naza’
  12. Israel Hayom · Amnon Lord הטעות שלישראל אסור לעשות עם הסרט נז"א
  13. Israel Hayom הקצין באמ"ן מסביר את השקרים בסרט נז"א
  14. Jüdische Allgemeine · Sabine Brandes »Ritualmordlegende« - »Pflicht, Fragen zu stellen«: Israel streitet über »Naza«
  15. Kan News · Eran Sikurel et al. הרמטכ"ל נגד הסרט "נז"א": "עלילות דם ועיוות מכוון של המציאות"
  16. X · @MaxNordau (pseudonymous) Timestamped summary of Raviv Drucker's Channel 13 interview with Yuval Abraham
  17. X · Brig. Gen. Effie Defrin IDF Spokesperson asks to view NAZA in full
  18. X · John Spencer Collateral damage estimation is what the law requires
  19. Ynet · Gal Ganot הרמטכ"ל יכנס דיון על הסרט נז"א: "לתקוף כדי להרוג 500 אזרחים? שקרי לחלוטין"
  20. il Giornale · Fiamma Nirenstein Le verità tra film e realtà
  21. Arutz Sheva דרוקר מפתיע: "לא הייתי משדר את זה"
  22. HonestReporting · Rachel O'Donoghue “NAZA”: A Record Venice Ovation, IDF Condemnation and a Genocide Fabrication
  23. Il Riformista · Claudio Velardi Le lacrime per Naza e le ore dedicate a Fauda: a Venezia cala il sipario sulla recita, nel mondo arabo sono già all’episodio successivo della serie israeliana
  24. Israel Hayom · Ariel Bulshtein דעה | "נז"א" הוא לא קולנוע – הוא כתב אישום נגד ישראל
  25. Jewish News · JN Reporter New documentary about IDF strikes in Gaza causes anger in Israel
  26. Moked · Redazione Gerusalemme e la risposta tardiva a Naza
  27. The Algemeiner Former Hamas Hostage Slams ‘NAZA’ Filmmakers for ‘Degrading’ IDF Soldiers ‘Who Fought to Bring Me Home’
  28. The Jerusalem Post · Corinne Baum IDF calls NAZA 500-civilian strike claim 'completely false'
  29. Walla! News · Amir Bohbot בצה"ל דוחים את טענות הסרט נז"א - ומבהירים: "שלמים עם התהליכים המבצעיים"
  30. X · Eylon Levy X post replying to Raviv Drucker
  31. X · Israel Katz X post on Rafah brigade commander strike
  32. X · Israel Ministry of Foreign Affairs MFA: NAZA 'pure propaganda'
  33. Ynet · Itamar Eichner, Tal Amodai "נז"א הצית את המדינה": הסרט השנוי במחלוקת בכותרות בעולם - וקו ההגנה של ישראל
  34. Il Foglio · Giulio Meotti La Naza dei cieli: storia di un massacro sventato
  35. JNS · Jonathan S. Tobin The AI apocalypse and the ‘NAZA’ blood libels against Israel
  36. The Free Press · Haviv Rettig Gur Hold Your Applause for the New Gaza Documentary
  37. X · Prime Minister's Office PMO video: How 'Naza' manufactured a case
  38. Ynet · Itamar Eichner ישראל נערכת לקרב בלימה מול היוצרים: "'נז"א' כואב במיוחד כי זה בא מבפנים"
  39. Channel 14 · Ziv Shezo נז"א תגיע לאירופה - ובישראל דורשים: קיימו הקרנה מיידית
  40. GB News · Tzipi Hotovely 'PROPAGANDA!' Israeli ambassador responds to Guardian's Gaza film NAZA amid UPROAR
  41. Il Foglio · Giulio Meotti Se anche Hamas elogia “Naza”
  42. Israel Hayom · Nissan Strauchler התשובה של המומחית הבריטית לסרט נז"א: "מעוותים את דיני המלחמה"
  43. Israel National News · Dr. Avi Perry A poisoned lens, a predetermined verdict, and questionable evidence made to fit
  44. Jüdische Allgemeine · Sabine Brandes (reporting Itamar Eichner's Ynet interview) Kampfpilot weist Vorwürfe von »Naza« zurück
  45. Mena-Watch · Michaela Dudley »NAZA«: Israel-Kritik hat ihren »Preis«
  46. Misgav Institute for National Security & Zionist Strategy · Prof. Kobi Michael The Film "NAZA" – Manipulation on Eight Levels
  47. The Times of Israel · Sarit Zehavi What 'Naza' really means: The truth about collateral damage
  48. X · Ben Caspit X post on NAZA
  49. Israel Hayom · Dr. Michael Oren דעה | לא בבכי, בלחימה קשוחה: כך להגיב לסרט השקרים "נז"א"
  50. Makor Rishon · Elchanan Shpeizer מג'נין ג'נין ועד נז"א: 80 אחוזים מהסרטים כאן לוקחים את אותו צד
  51. Reformatorisch Dagblad · Jeannette Gabay-Schoonderwoerd Waarom bekroonde documentaire NAZA in Israël zelf vooral op afwijzing stuit
  52. The Jerusalem Post · David Ben-Basat What NAZA leaves out about October 7 and Israel’s war in Gaza
  53. Kan News ההאשמות בסרט והקצינים שהיו שם ואומרים: "לא היה ולא נברא"
  54. Maariv · Prof. Aryeh Eldad סערת "נז"א": אפשר לחוות דעה על סרט גם בלי לצפות בו
  55. Mena-Watch · Alexander Gruber »NAZA«: Wie ein Film Israel in die Nähe der Nazis rückt
  56. JNS · Adam Levick The premise of ‘NAZA’ doesn’t hold up
  57. Ynet / Yedioth Ahronoth · Ben-Dror Yemini לוקחים חלק בעלילה
  58. 20il NAZA Fact Check: What the Evidence Actually Shows
  59. Commentary · Seth Mandel NAZA Is a Jump-the-Shark Moment for Israel’s Critics
  60. The Wall Street Journal · Omer Shem Tov Hostages Like Me Were Also 'NAZA'—Collateral Damage
  61. Mena-Watch · Sarit Zehavi Was »NAZA« über Kollateralschäden verschweigt
  62. TheWrap · Shlomi Ben-Meir 'NAZA' Claims About IDF Action in Gaza Deserve a Closer Look | Guest Column
  63. Haaretz · Prof. Danny Orbach עדויות מוטות ומצג שווא: מדוע "נז"א" חוצה את הגבול מעיתונות לתעמולה
  64. Walla! News · אלוף במיל' גיורא איילנד (Maj. Gen. (res.) Giora Eiland) הסרט "נז"א" במבחן המציאות: האם צה"ל חרג מהדין?
  65. Il Foglio · Giulio Meotti Anatomia della perfetta operazione “Naza”. La zona di interesse di Israele
  66. Israel National News · Dr. Alex Grobman NAZA's allegation of a system: What the evidence really shows
  67. The Times of Israel · Emanuel Fabian and Nurit Yohanan NAZA’s claims about IDF conduct in Gaza are grave. So are the film’s journalistic flaws
  68. Yair Miron personal site אחת עשרה מניפולציות בסרט "נז"א"
  69. Zman Yisrael · Emanuel Fabian, Nurit Yohanan הטענות של הסרט "נז"א" נגד צה"ל חמורות. כך גם הכשלים העיתונאיים שלו
  70. taz · Tim Caspar Boehme Debatte um Dokumentarfilm „Naza“: Warum tut ihr das?
  71. JNS · Amelie Botbol 'NAZA' documentary fails to show IDF efforts to prevent civilian casualties, former officer says
  72. The Jerusalem Post · Yisrael Medad NAZA and the rising campaign to demonize Israel
  73. The Jerusalem Post · Ari Tatarka 'NAZA' film at Venice Festival exposes the IDF's struggle to defend its story
  74. X · Yoseph Haddad No such 500 event exists
  75. Enfoque Judío · Elías Cohen NAZA: ¿Dónde termina el documental y comienza el libelo?
  76. Israel Hayom · Yishai Kitchels צפיתי ב80 הדקות של "נז"א" כדי שלא תצטרכו: כך נראית אג'נדה חד צדדית ומקוממת
  77. Jüdische Allgemeine · Sophie Albers Ben Chamo »NAZA«: Die Banalität der Propaganda
  78. The Atlantic · Gal Beckerman The Missed Opportunity of NAZA
  79. AJC NAZA: What to Know About the Controversial Gaza Documentary
  80. IDF Spokesperson press mailing · IDF Spokesperson's Unit תגובת דובר צה"ל לסרט 'נז"א'
  81. IDF Spokesperson's Unit IDF Response to the Film "NAZA" (10-page English document)
  82. Il Foglio · Mariarosa Mancuso Fonti anonime ma gli spettatori applaudono sulla fiducia. “Naza” continua
  83. Israel Hayom · Lilach Shoval סעיף אחר סעיף: צה"ל מפרק את טענות הסרט "נז"א"
  84. JNS · Fiamma Nirenstein ‘NAZA’ turns anti-Israel propaganda into box-office success
  85. Jewish Telegraphic Agency · Deborah Danan In its first detailed response to ‘NAZA’ documentary, IDF claims ‘fundamental errors’
  86. Neue Zürcher Zeitung · Richard C. Schneider Führt Israel den Krieg wie ein Videospiel? Was der Film «Naza» zeigt und was nicht
  87. Perlentaucher · Perlentaucher Efeu editors Efeu - Die Kulturrundschau vom 01.10.2026: NAZA. Peyman Engel und Menasse.
  88. The Algemeiner ‘Misrepresented and Manipulative Depiction of Reality’: IDF Issues Detailed Response to ‘NAZA’ Documentary
  89. The Times of Israel · Emanuel Fabian 'Distorted, misleading, and disingenuous': IDF publishes full response to 'NAZA' film
  90. Washington Examiner · Arie Blitz Before you applaud NAZA: A standing ovation is not proof of a war crime
  91. Ynet · Elisha Ben Kimon כמעט חודש אחרי הסערה, צה"ל מגיב על הסרט נז"א: "תמונה מעוותת ומניפולטיבית"
  92. Il Foglio · Giuliano Ferrara Il documento dell’Idf su Gaza, che smonta il facilismo frivolo e l’ambiguità morale di “Naza”, è un testo di dolorosa serietà
  93. X · Andrew Fox The occupancy map in NAZA
  94. il Giornale · Fiamma Nirenstein Il pubblico italiano pazzo per “Naza”. E le sue bugie antisemite
  95. Libero Quotidiano · Giovanni Longoni Guardate "Naza". Ma non cadete in trappola
  96. X · John Spencer Worse than Hamas propaganda
  97. X · Micha Danzig Genocidal armies don't count collateral damage
  98. yairmiron.com · Yair Miron I Watched NAZA in Full. Here Are Eleven Ways It Misleads Viewers.
  99. J. The Jewish News of Northern California · Oleg Ivanov and Dr. Mike Harris ‘NAZA’ viciously misrepresents Israel’s military
  100. Aish.com · Dr. Yvette Alt Miller NAZA's Biggest Claims, and Why the IDF Says They're Wrong
  101. Associated Press Israeli documentary 'NAZA' opens in the US, reigniting debate over the war in Gaza
  102. Breitbart EXCLUSIVE -- Urban Warfare Expert: Gaza 'Genocide' Libel Is 'Greatest Lie'
  103. Fox News Digital · Rachel Wolf 'I am Omer': Former Hamas hostage reflects on surviving 505 harrowing days in captivity
  104. Il Foglio · Sharon Nizza Alla ricerca di qualche verità. Colloquio con il giornalista Raviv Drucker
  105. The Times of Israel · Avi Lewis The airstrikes we canceled: What NAZA leaves out
  106. Agenzia Nova Peled: "Rapporto solido tra Israele e Italia ma serve un maggiore sostegno dell'opinione pubblica"
  107. HonestReporting · Rachel O'Donoghue The Real “NAZA”: Edited Quotes, Mystery ICC Cases & Unexplained Gaza Footage
  108. Jewish Journal · Alan Zeitlin ‘NAZA’ Proves Nada
  109. The Filitti Brief · Gerard Filitti Before the Missile Flies: How the United States Picks Targets, Weighs Civilian Harm, and Answers for Mistakes
  110. The Jewish Chronicle · Philipp Peyman Engel I’ve seen Naza and it’s a nasty piece of propaganda
  111. Walla! News · Baruch Kra יש עדויות, אין תחקיר: "נז"א" נכשל עיתונאית, אבל אסור לרדוף את יוצריו
  112. Il Foglio · Michele Silenzi Non serve dimostrare i fatti, basta una realtà ricostruita. Oltre Naza
  113. Jüdische Allgemeine · Philipp Peyman Engel Ich habe »Naza« gesehen, und es ist ein übles Stück Propaganda
  114. Tribune Juive · Tribune Juive (unsigned) NAZA : Le cinéma au service de la propagande
  115. X · Embassy of Israel in France Le film « Naza » présente une réalité déformée, trompeuse et malhonnête.
  116. 21 News · Harrison du Bus Documentaire NAZA : Tsahal dénonce une « réalité déformée, trompeuse et malhonnête »
  117. X · Andrew Fox NAZA proves the IDF did collateral damage estimates
  118. X · Salo Aizenberg Collateral damage skewed to fighting-age men
  119. The Times of Israel Blogs · Dinah Bucholz The "NAZA" Saga
  120. Alliance · Lou Helwaser and 28 signatories (incl. Richard Berry, Michel Boujenah, Élie Chouraqui, Éric Naulleau, Rachel Khan, Avi Pazner, Nathalie Cohen-Beizermann) Tribune. Une rescapée de la Shoah et vingt-huit personnalités contre le film NAZA
  121. X · Salo Aizenberg Was Israel Justified in Bombing Hamas Combatants in Their Homes?
  122. The Jewish Chronicle · John Nathan NAZA review: ‘This is what happens when artists and activists do the work of objective journalists’ ★★
  123. X · Salo Aizenberg NAZA: A Propaganda Film Masquerading as an Investigation of the Gaza War
  124. Aurora · Leonardo Rubinsky Graves acusaciones sin pruebas: película NAZA
  125. Report24 · Florian Machl Film NAZA: Hasspropaganda gegen Israel auf Basis anonymer, nicht überprüfbarer Aussagen
  126. The Wall Street Journal · Kyle Smith 'NAZA' Has Nada on Israel